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To write well about the elegant world you have to know it and experience it to the depths of your being just as Proust, Radiguet and Fitzgerald did: what matters is not whether you love it or hate it, but only to be quite clear about your position regarding it.

Italo Calvino, who would’ve been 90 today, on writing – insights culled from 600+ pages of his private letters, a fine addition to our ongoing archive of notable advice on writing. (via explore-blog)
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In most people’s vocabularies, design means veneer. It’s interior decorating. It’s the fabric of the curtains of the sofa. But to me, nothing could be further from the meaning of design. Design is the fundamental soul of a human-made creation that ends up expressing itself in successive outer layers of the product or service.

Steve Jobs 

I take this quote as my mantra in everything I do

(via alinutzav)

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Nella vita “offline” è più semplice perché ci siamo abituati, ed è un ambiente che sappiamo padroneggiare istintivamente: non c’è mai bisogno di puntualizzare che le chiacchiere alla macchinetta del caffè non sono la riunione del consiglio di amministrazione o che le battute in uno spogliatoio non sono una conversazione a una cena di gala.

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peggio di quelli che ti fanno le corna, peggio di quelli che ti finiscono il latte quando fuori piove, peggio di quelli che ti costringono a frequentare le loro famiglie, peggio di quelli che parlano di motori e di computer e di calcio quando ci sei anche tu nella stanza, peggio di quelli che si fermano a dormire, peggio di quelli che tengono la tv o lo stereo sempre accesi, peggio di quelli che cambiano canale durante la pubblicità, peggio di tutto, ci sono sempre e solo quelli che non hanno niente da insegnarti, e ai quali non puoi neppure dare degna sepoltura insieme alle eredità culturali che ti hanno lasciato.

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Un signore anziano dall’aria mite viene trascinato in auto da uomini col passamontagna sul viso, mentre sull’altro lato della strada centinaia di persone piangono, si disperano, urlano il suo nome.

Sembra l’incubo kafkiano di ogni persona perbene. Invece è il dramma di Reggio Calabria, parte dello Stato italiano da 150 anni, dove la gente blocca il traffico per applaudire il padrino della ’ndrangheta Giovanni Tegano invece della polizia che lo ha appena arrestato.

Le foto di quella folla sono un trattato di sociologia. Bulli addobbati come Corona, con le braccia tatuate e gli occhiali da sole rovesciati. Bambini inerpicati sulle spalle dei padri, affinché possano godersi meglio lo spettacolo. E donne di ogni genere che strillano ai poliziotti: «Così traumatizzate i ragazzi!», quasi che il trauma sia la cattura del boss, non i suoi delitti. Poi dalle retrovie si solleva un urlo solitario, ripetuto ossessivamente come uno spot: «Tegano uomo di pace!». Dicono sia sua cognata. Nessuno si erge a zittirla e meno che mai a contestarla. E’ evidente che le sue parole sono condivise in quel contesto dove lo Stato è un ospite impiccione che ogni tanto si fa bello con qualche arresto, ma non incide nella vita di ogni giorno. Non dà lavoro a tuo figlio – l’uomo di pace sì.

Non ti trova un posto in ospedale – l’uomo di pace sì. Non punisce chi ti ha offeso – l’uomo di pace sì. Adesso che lo hanno tolto di mezzo, chi garantirà la pace? Questa sembra essere l’unica preoccupazione di quella folla. Questo è ciò che ce la rende così lontana. Straniera.